lunedì 26 settembre 2016

Mi chiamo Libereso

Libereso - Vieni giù in giardino.
Maria Nunziata - Non posso, la signora mi licenzia.
(scende in giardino)
Come ti chiami?
L. - Mi chiamo Libereso.
M.N. - Perché ti chiami Libereso?
L. - È un nome esperanto.
M.N. - Perché ti chiami esperanto?
E lui tutto questo l'ha scritto così com'è stato. È tutto in Un pomeriggio, Adamo.

E' morto il ragazzo giardiniere di Calvino che regalava rospi alle fanciulle

giovedì 1 settembre 2016

Moin moin. Ich bin Kandidatin zur Bundestagswahl.

Toc toc toc.
Eberhard - Sì?
Angela - Salve. Sono candidata alla elezioni del 2 dicembre al Bundestag. Posso parlare con voi?
Eberhard - Be', basta che entri a bere una grappa.


Angela Merkel en campagne électorale dans une cabane de pêcheurs sur l’île de Rügen, le 2 novembre 1990.
I pescatori Hans-Joachim Bull, Rainer Ehlers, Martin Holz, Erwin Bull e Eberhard Heuer con Angela Merkel a Rügen, il 2 novembre 1990


giovedì 25 agosto 2016

Dirimpettai per sempre

Lo arrestarono in flagranza
mentre stava mettendo a segno
un furto a casa del vicino,
assente perché detenuto.

Frutto della realtà, questa sottovalutata.

mercoledì 24 agosto 2016

La crosta da cjera

Oh se il teremot
fos doma la crosta da cjera
ch’a si môf
sutila ingrispada
pieluta sclapada
strâts ch’a si sbrùntin
e si pochin
fintramai ch’a sclòpin
o si spàchin e a ti frùcin
dut ce ch’a nol resist
a i lôr scjassons…

Massa biel
s’al fos cussì il teremot
che daloras bastares
invecit di spietâ
e po contâ i muarts
fâ cjasas ch’a sopuartino
i scjassons plui fuarts
e se a la piês
a si plein o si strùcjn
a si sbrèghin o si sclàpin
no ti lascin sfracheât
sot il tet o un trâf
como un passer
sot na trapula tal prât...

Ma biel o no biel
‘l è chest il teremot
e tinduda ingrispada
sutila sclapada chesta a è la piel da cjera...

Leonardo Zanier

https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/003-Leonardo-Zanier609-copy.jpg

La crosta della terra

Ah, se il terremoto
fosse solo la crosta della terra
che si muove
sottile increspata
pellicina screpolata
strati che si urtano
e si spingono
finché scoppiano
o si spaccano e fracassano
tutto quello che non resiste
ai loro scossoni...

Troppo bello
se fosse così il terremoto
che allora basterebbe
invece di aspettare
e poi contare i morti
fare case che resistano
agli scossoni più forti
che se alla peggio
si inclinano o si spostano
si squarciano o si crepano
non ti lasciano schiacciato
sotto il tetto o una trave
come un passero
da una trappola nel prato...

Ma bello o non bello
è questo il terremoto
e tesa increspata
sottile screpolata questa è la pelle della terra...

sabato 20 agosto 2016

Beatrice

Beatrice,
poco fa
mi è arrivata
una tua foto.
Che sorriso,
Beatrice:
mi hai cambiato
la serata.

Prenditi il tempo che ti serve per correre, sbucciarti le ginocchia, fare le bolle con la cannuccia, parlare le tre lingue che ti circondano, disegnare, nuotare a farfaldorso, leggere, inventare, trasformare le uova in cento modi, innamorarti e molto altro ancora, fino a quando avvertirai il bisogno di voltarti indietro. Nel frattempo, metto da parte qua un modesto segno da consegnarti, un giorno, di questo istante: hai un mese e nove giorni.

Stavo leggendo i giornali del 18 agosto, che non sembravano affatto di quest'anno, bensì di materiale elastico, un elastico tenuto dal mio indice sinistro nel 2016 e teso all'indietro da un'altra mano che si ritrae fino agli anni '30, quando mi sei balzata davanti. Nell'immediatezza di quel momento, non ho pensato che tu stessi guardando il papà, che ha scattato la foto e me l'ha mandata, perché una volta arrivata qui, hai preso a guardare solo me. Ti ho ricambiata, naturalmente, dimenticando per tutto il tempo sia l'elastico sia la stanchezza del giorno passato. Grazie.

Ora che ci sei, mentre ti guardo, a dispetto dei giornali, sembra che sia effettivamente arrivato il 2016, finalmente. Grazie anche per questo.

Sei piccola, come è giusto che sia alla tua età, ma sai farti minuscola quando ti aggrappi alla mamma, raccogliendo gli arti come i petali di un fiore che si chiude per il troppo calore. Lo so perché ti ho vista lo scorso fine settimana, quando ti abbiamo portato al mare per la prima volta - bada: lo stesso mare normanno, aperto a nord, solcato da Guglielmo quasi un millennio fa, così diverso dal mio, tristemente dannunziano, insaccato in un periferico golfo che dà le spalle ai paesi vicini, a cui si ostina a non aprirsi. Ovviamente non hai potuto vederlo, distesa com'eri nella culla, non con gli occhi, che in tre, un po' maldestri, abbiamo cercato di proteggere dal sole con un ombrellino che si piegava ai capricci del vento, ma ne hai sentito il rumore, assieme a quello dei gabbiani e del vento, e anche l'odore, due elementi che molti trascurano, privilegiandone piuttosto il solo colore. Mentre annusavi l'aria, un piccolo tratto della passeggiata di ritorno è stato marcato da un annuncio diffuso da un altoparlante (e, ora che te lo dico, mi chiedo se quando leggerai queste vecchie parole il paese che ti ha vista nascere sarà ancora così): cercavano i genitori di una bambina bionda di circa cinque anni, che non capiva il francese; li cercavano dandone contezza in francese, évidemment.

Sei piccola, dicevo. Tuttavia, se non ci fosse la mano della mamma sulla tua pancia a dare un'unità di misura, per non parlare dell'anello al dito, non molto più piccolo della tua bocca, nella foto sembreresti decisamente più grande, perché non sorridi solo con una indovinata smorfia della bocca tra gli innumerevoli movimenti che stai imparando a compiere con ciascuno dei tuoi muscoletti che hai il compito di istruire un po' alla volta, ma stai pompando di gioia anche i tuoi occhi, fino a stenderli ben bene assieme alle lunghe ciglia, e persino il naso, che si solleva un po' dal piano del viso, a mostrarne le narici. Questa tua particolare inclinazione del viso mi ricorda la prospettiva con cui il Che fu ritratto da Korda, leggermente dal basso, anche se è chiaro che a parte questo dettaglio, del guerriero e del suo orgoglio non hai nulla, per fortuna. Vedi bene ora che non è il 2016 che stentava a presentarsi, prima che arrivassi tu: dovevo essere io a sfuggirlo, un po' come sfuggono e si dissolvono i tuoi subitanei moti di rabbia o di delusione, o forse solo di frustrazione, che già conosci bene e preannunci arrossando di colpo il volto e infossando la pelle della fronte e del mento in rughe effimere, che distendi e fai sparire al primo sorso di latte, alla prima carezza, alla prima nota del fischiettare di papà.

Beatrice, cucù!
È semplicemente
questo il segno,
che ho tracciato
e ritracciato lentamente:
hai già due giorni in più.

F.

martedì 16 agosto 2016

Je/Ich

Es gibt etwas, das Kafka mit Proust gemeinsam ist, und wer weiß, ob dieses etwas sich irgendwo sonst findet. Es handelt sich um ihren Gebrauch des 'Ich.' Wenn Proust in seiner Recherche du temps perdu, Kafka in seinen Tagebüchern Ich sagt, so ist das bei beiden ein gleich transparentes, ein gläsernes. Seine Kammern haben keine Lokalfarbe; jeder Leser kann sie heute bewohnen und morgen ausziehen. Ausschau von ihnen halten und sich in ihnen auskennen ohne im mindesten an ihnen hängen zu müssen. In diesen Schriftstellern nimmt das Subject die Schutzfärbung des Planeten an, der in den kommenden Katastrophen ergrauen wird.

Walter Benjamin

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C'è qualcosa di comune tra Kafka e Proust, e chissà se questo qualcosa si trova da qualche altra parte. Si tratta del modo in cui usano "io". Quando Proust nella sua Ricerca del tempo perduto o Kafka nei suoi diari dice io, in entrambi è un io ugualmente trasparente, vitreo. Le sue camere non hanno un colore locale; ogni lettore può abitarle oggi e traslocarne domani. Può continuare ad osservarle e riuscire a conoscerle senza dover minimamente affezionarvisi. In questi scrittori il soggetto assume la colorazione protettiva dei pianeti, che nelle imminenti catastrofi è destinata a volgere al grigio.

venerdì 12 agosto 2016

Meran - 6. IV. 20




Gasthof Frau Emma, Meran/Pragser Wildse, den...

Meran - 6. IV. 20

Liebe Ottla, müde vom Wohnungssuchen, es gibt soviele Wohnungen, die Grundfrage ist: große Hotelpension (z. B. die wo ich jetzt recht gut lebe, vegetarisch gut, nicht gerade sehr durchdacht, aber immerhin) oder kleine Privatpension. Erstere hat den Nachteil dass sie teuerer ist (ich weiß allerdings nicht wie viel es ausmachen wird, ich esse nicht in Pension) vielleicht nicht so gute Liegemöglichkeit gibt, wie die kleine Pension, auch wird man wohl in der kleinen persönlich interessierter behandelt, worauf ein Vegetarianer vielleicht mehr angewiesen ist, als ein anderer aber einen großen Vorteil hat sie, es sind die großen freien Räume, das Zimmer selbst, der Speisesaal, die Vorhalle, selbst wenn man Bekannte hat, ist man frei, unbedrückt, die kleine Pension hat dagegen etwas von einer Familiengruft, nein das ist falsch, etwas von einem Massengrab. Sei das Haus noch so gut instand gehalten (ist es das nicht, auch solche sah ich, dann möchte man sich leich hinsetzen und über die Vergänglichkeit weinen) es ist doch notwendig eng, die Gäste sitzen aneinander, man schaut einander immerfort in die Augen, es ist eben wie bei Stüdl, nur dass allerdings Meran unvergleichlich freier, weiter, mannigfaltiger, großartiger, luftreiner, sonnenstärker als Schelesen ist. Das ist also die Frage. Was hältst Du z. B. von der Ottoburg, dem einzigen brauchbaren Ergebnis des Nachmittags (desdritten Meraner, und des ersten unverregneten Nachmittags) Preis 15 Lire, der gewöhnliche Preis der Privatpensionen, reines Haus, die Wirtin eine fröhliche sehr dick- und rotbackige Frau des Buchhändlers Taussig, erkennt sofort mein Prager Deutsch, interessiert sich sehr für meinen Vegetarianismus, zeigt dabei aber völligen Mangel vegetarischer Phantasie; das Zimmer ist recht gut, der Balkon gestattet alle Nacktheit, dann führt sie mich in den gemeinsamen Speisesaal, ein hübscher Saal, aber doch niedrig, so sitzt man beisammen, die gebrauchten Servietten in den Ringen bezeichnen die Plätze, Schneewittchen hätte keine Lust gehabt, hier Späße zu machen. Nun? Ehe Deine Antwort kommt dürfte ich mich schon entschieden haben, versprochen habe ich, dass ich morgen vormittag schon komme.

Die Reise war sehr einfach, der Südamerikaner war nur ein Mailänder, aber dafür ein liebenswürdiger, rücksichtsvoller, schöner, eleganter, im Körper eleganter Mensch, ich hätte nicht besser wählen können und man kann gewiß für dieses im Grunde abscheuliche enge Beisammensein, es war auch sehr kalt, gelegentlich sehr schlecht wählen. Die Francs habe ich nicht gebraucht, es werden offenbar wenn sich die Reisenden an ein bestimmtes System gewöhnt haben, sofort neue Systeme eingeführt, die weitere Karte war in österr. Kronen zu zahlen; wieviel kostet die Karte von der Grenze bis Innsbruck? An 1300 K, soviel hatte ich allerdings nicht. Die Lire waren in Innsbruck ganz leicht zu wechseln.

Vorläufig genug, ich muß noch (nach meiner Vorschrift) Orangenlimonade trinken gehn. Schreibe mir ausführlich von Dir, besonders von Sorgen, wenn Du willst auch Träumen, in die Ferne hat auch das Sinn. Grüße alle, auch Max oder Felix, wenn Du sie sehen solltest. 

Dein F


Gasthof Frau Emma, Merano/Lago di Braies, il...

Merano - 6. 4. 20

Cara Ottla, stanco dalla ricerca dell'appartamento - ci sono così tanti appartamenti - la questione fondamentale è: grande pensione (per es. quella dove ora vivo bene, vegetarianamente bene,  non esattamente in modo molto pensato, ma insomma) oppure piccola pensione privata? La prima ha lo svantaggio di essere più cara (non so tuttavia quanto sarà pattuito, non mangio nella pensione), forse non offre possibilità di stendersi altrettanto buone di quelle della piccola pensione, si viene trattati con interesse più personale, cosa cui un vegetariano attribuisce forse più importanza di un altro, ma ha un gran vantaggio: sono i grandi spazi liberi, la stanza stessa, la sala da pranzo, l'atrio, anche quando si hanno conoscenti, si è liberi, non oppressi, mentre la piccola pensione ha qualcosa della tomba di famiglia; no, è sbagliato, qualcosa della fossa comune. Anche se la casa è tenuta ancora molto bene (se non lo è - ne ho viste anche di questo tipo -, allora viene voglia di sedersi e piangere sulla caducità), è per forza stretta, gli ospiti stan seduti l'uno contro l'altro, ci si guarda di continuo negli occhi, è proprio come da Stüdl, a parte il fatto che Merano è incomparabilmente più libera, più ampia, più varia, più spettacolare che Schelesen, l'aria è più pura, il sole più deciso che laggiù. Questa è quindi la questione. Cosa ne pensi per es. della pensione Ottoburg, l'unico risultato utile del pomeriggio (la mia terza a Merano e la prima che non sia stata guastata dalla pioggia), prezzo 15 lire, il solito prezzo delle pensioni private, casa pulita, la proprietaria, moglie del libraio Taussig, pimpante, molto grassa e dai pometti rossi, riconosce subito il mio tedesco praghese, si interessa molto del mio vegetarianismo, ma mostra una totale assenza di fantasia vegetariana; la stanza va abbastanza bene, il balcone permette qualsiasi nudità. Poi mi accompagna nella sala da pranzo comune, una sala carina, però bassa, così si sta seduti tutti assieme; i tovaglioli usati negli anelli designano i posti; Biancaneve non avrebbe avuto voglia di divertirsi qui. E allora? Prima che arrivi la tua risposta avrò di sicuro già deciso: ho promesso di venire già domani mattina.

Il viaggio è stato molto semplice, il sudamericano era in realtà un italiano, ma in compenso amabile, pieno di riguardo, bello, elegante, un uomo dal corpo elegante, non avrei potuto scegliere meglio e si può certamente occasionalmente scegliere molto male - ha fatto anche molto freddo - per questo stare così orribilmente assieme. Dei franchi non ho avuto bisogno: non appena i viaggiatori si sono abituati ad un determinato nuovo sistema, si introducono subito nuovi sistemi. L'altro biglietto si doveva pagare un corone austr.; quanto costa il biglietto dal confine ad Innsbruck? Circa 1300 corone, che in ogni caso non possedevo. Ho potuto cambiare le lire molto facilmente a Innsbruck.

Basta, per adesso, devo ancora (su mia prescrizione) andare a bere un'aranciata. Scrivimi con dovizia di te, in particolare delle preoccupazioni, se vuoi anche dei sogni: quando si è lontani persino questo ha senso. Saluta tutti, anche Max o Felix, se li dovessi vedere. 

Il tuo F

-

wir wollen wissen, wo wir her-
kommen
wer ist unserer ur-
ahn,  unser alt-
vorderer, dieses arschl-
och

damit wir uns ihm ehr-
fürchtig nah'n

damit wir uns ihm ehr-
fürchtig nah'n

Ernst Jandl


vogliamo sapere da dove pro-
veniamo

chi è il nostro ante-
nato, il nostro a-
vo, questo stron-
zo

per potergli tributa-
re rispetto

per potergli tributa-
re rispetto

Kariofilia

Their long-barrelled guns, which resembled Afghan jezails, were so heavy that they could only be aimed when resting on a rock or a branch. This made them useless for hand-to-hand battles but valuable at a distance or for an ambush. These had an euphonius name, which sounds more like a flower than a gun; indeed, very like the Greek for both carnation and clove: karyophylia. This strange and musical word in an uncouth Hellenization for the name of an Italian gunsmith's shop whose wares were highly prized all over the Levant: Carlo e figli.

Patrick Leigh Fermor, Mani - Travels in the Southern Peloponnese, 1958


I loro fucili a canna lunga, che assomigliavano agli jezail afgani, erano così pesanti che si poteva prendere la mira solo appoggiandoli su una roccia o su un ramo. Ciò li rendeva inutili per i combattimenti corpo a corpo, ma preziosi ad una certa distanza o per un'imboscata. Questi avevano un nome eufonico, che ricorda più un fiore che un fucile; in effetti, molto simile a come si dice garofano e chiodo di garofano in greco: kariofilia. Questa parola bizzarra e musicale è una grossolana ellenizzazione del nome di un'armeria italiana le cui merci erano molto pregiate in tutto il Levante: Carlo e figli.


venerdì 5 agosto 2016

Even quiet middle-aged ladies/Persino tranquille signore di mezza età

There is a growing feeling that the war will be a long business, but, though no attempt is made to minimize the dangers of the actual and potential lineups against them, the English are, on the whole, confident. They worry, however, about what will happen in Europe after peace comes. Even quiet middle-aged ladies can now talk federation with the best of them and think the idea a fine one because it would end all that frontier-and-customs nonsense which fusses them on their annual sprees to Portofino and Annecy.

January 4, 1940, Mollie Panter-Downes, London War Notes

C'è una sensazione sempre più marcata che la guerra sarà lunga, ma, nonostante non si tenti affatto di minimizzare i pericoli degli schieramenti nemici effettivi e potenziali, gli inglesi sono nel complesso fiduciosi. Tuttavia, si preoccupano di quello che succederà in Europa quando sarà arrivata la pace. Persino tranquille signore di mezza età ora possono parlare di federazione con le migliori di loro e considerare quest'idea buona perché porrebbe fine a quell'assurdità legata alle frontiere e alle dogane che le scoccia nelle loro baldorie annuali a Portofino ed Annecy.

4 gennaio 1940, Mollie Panter-Downes, London War Notes

Erano lettere scritte da Londra durante la Seconda Guerra Mondiale per il pubblico statunitense del New Yorker. Un loro minimo estratto, che avrei voluto riproporre qualche settimana fa, è ora dedicato da Parigi, oltre che al pubblico italiano, idealmente anche agli inglesi di una certa età, cui è stata addossata tutta la responsabilità dell'esito del referendum. Sto invecchiando, è chiaro.

lunedì 20 giugno 2016

Ernesto/Ernst

A Treviso io sto molto volentieri, a condizione di potermene andare via sempre.

Ernesto Calzavara 


je müder
ich bin
umso lieber
bin ich
in Wien

Ernst Jandl

(quanto più sono stanco tanto più volentieri sto a Vienna)

 

sabato 11 giugno 2016

Franz

L'aereo decolla verso un cielo triestino che copre Venezia. Sulle Alpi, masse di cotone.
In un corridoio dell'aeroporto di arrivo, un gruppo di italiani davanti ad un piccolo televisore: a turno, ciascuno gli si mette di lato per mantenere l'antenna nell'unica posizione in cui l'apparecchio restituisce le immagini di maglie azzurre e maglie bianche sul verde dell'erba finché, per seguire meglio l'azione, si inclina verso lo schermo, molla lievemente la presa e provoca così un immediato oooh collettivo di delusione per la neve che inghiotte la partita.
Scale mobili incanalate in tubi di plastica trasparente, incrociati tra loro a diverse altezze. Gioco con l'inclinazione della gomma sotto i piedi.
Dal portafoglio di mio padre, gonfio, escono dei franchi per pagare il bus.
Rusandidicators: così, con il 14 alla fine.
Ogni mattina, un'acrobazia di mio padre, il più coraggioso di noi: un fià de plu de lat, silvuplè. Efficace e fedele ad un tempo al nostro dialetto.
Camminiamo aiutati dalla guida del Touring, la nostra unica bussola, oltre alle stelle dei nomi dei posti che hanno attraversato l'Ottocento e le frontiere per arrivare fino a noi.
Devo trattenere la pipì un po' più a lungo del solito: non come quando non c'è tempo da sacrificare al gioco, come ai tempi dell'asilo, giusto il tempo di trovare la monetina giusta per aprire la porta del bagno dei bar.
Pioviggina sulla torta salata e su noi cinque, seduti accostati su una panchina davanti ai sexy shops.
Pioviggina anche quando mi ritraggono al carboncino, per espresso, convinto volere di mio padre. Ma quanto ci vuole? Per non sentire lo sguardo dei passanti che passeggiano disegnando cerchi attorno alla piazza, mi concentro sugli occhi del ritrattista, come dal dentista. Durante questo esercizio, cominciano ad apparire sulla carta grigia una lotta tra occhi asimmetrici e zigomi ed un lembo del mio capauei. Ooorzoueichefregaischeiasufradelcolcapaueeei.
Animali piazzati in alto, non tanto quanto il signor Eiffel che sta inspiegabilmente chiuso nel suo ufficio e snobba la vista che ha dal terrazzo, ma pur sempre in cima alla cattedrale, sopra i tetti della città.
Un'immagine scolpita sullo schienale di una sedia di legno scuro appartenuta a Francesco I. Cosa vedete? Cosa vi colpisce? - chiede la guida. La prospettiva - rispondo io. Tutti si girano verso di me  (non conoscono la professoressa Velicogna). È la fine: la guida non mi lascia più in pace durante tutta la visita del castello.
Leonardo, perché qua? - chiedo ad una lapide.
La maestà di una  patata tagliata a spirale nel giardino di Luigi XIV, all'ombra degli alberi.
Ninfee. Campi. Prati. Ruscelli. Colazioni sull'erba. La natura si è rifugiata nei quadri (Trieste, tra mare e Carso). Mia madre, Rossella e Jure si attardano. Mio padre ed io li aspettiamo fuori, al sole, le schiene distese su un muro. Indosso una delle mie magliette preferite, la gialla. Quella con la vela e le nuvole me la tengo per le grandi occasioni. 
Mi sento protetta, a parte quando mandano davanti me, in esplorazione. È così che scendo da sola nei bagni di un ristorante di lusso. Luci, specchi, lavandini senza traccia di una goccia, profumi, asciugamani di lino, cestini di vimini per buttare questi ultimi dentro solo dopo un utilizzo. Identifico e contabilizzo tutto per il successivo rapporto da fare al tavolo. Missione compiuta, anche gli adulti possono scendere, ora.
Le lacrime di mia madre in ascensore, in rusandidicators. Mentre la consoliamo, maledico il borseggiatore dei grandi magazzini che la fa sentire così ferita.
Una sera da sola, in albergo. Passa presto. Il Crazy Horse non fa per me, pare. Mia madre, al ritorno, dice che avrei potuto andarci anch'io.
Bandiere italiane sventolanti su tutti gli Champs-Élysées, fino all'arco di trionfo, non per me o per i miei, che lavorano in viale Campi Elisi 33, ma per Pertini, ospite di Mitterrand.
L'odore della metropolitana, il tagliandino dell'abbonamento nella sua protezione di plastica. Sottosuolo piastrellato con piastrelle ben più vecchie di quelle del bagno di mia nonna, che mi tiene il cane in campagna, mentre sono via.
Caterina de' Medici nel giardino del Lussemburgo. La statua, non lei. Quanti re, come nella storia insegnata a scuola. Il solo di cui abbia mai sentito parlare fuori da scuola è Franz: me ne ha parlato mio nonno, durante una partita di scopa giocata a casa sua, al sesto piano - dove più forte si è sentito il terremoto, qualche anno fa - su un tavolo ricoperto da una copertura verde gommosa con dei rilievi romboidali: dei veri professionisti.
A pallavolo chiamano così anche me, Franz. Non ho i baffi, però. È l'inizio di luglio del 1982: ho 11 anni e 7 mesi - quasi 8.

La partita è la semifinale Italia-Polonia, dice Wikipedia.
La hit parade me la ricorda Youtube. Musicalmente parlando, su tutti, la Rettore, non c'è gara. Fisicamente, però, Miguel Bosé.
Il numero di telefono di viale Campi Elisi 33 è 300717, dice ancora oggi la mia testa. 
L'esperimento è riuscito solo parzialmente. Kein Wunder. Deve essere colpa di alcune foto, scattate allora e riviste forse un paio di volte, nonché delle lunghe discussioni fatte al ritorno a casa. E poi ci sono la mia lingua ed i miei pensieri di oggi. Tutto si sovrappone. Per distinguere tutti gli strati, ci vorrebbe uno Schliemann.

mercoledì 8 giugno 2016

Einbürgerung

weiße Hände
rotes Haar
blaue Augen

weiße Steine
rotes Blut
blaue Lippen

weiße Knochen
roter Sand
blauer Himmel

Erich Fried

Image result for "erich fried" 1966

naturalizzazione

mani bianche
capelli rossi
occhi azzurri

sassi bianchi
sangue rosso
labbra azzurre

ossa bianche
sabbia rossa
cielo azzurro

giovedì 19 maggio 2016

J'ai vingt-huit ans

J'ai vingt-huit ans et j'arrive à Rennes avec pour tout bagage trois mots de français - Jean, Paul et Sartre.
 
Velibor Čolić, Manuel d'exil, 2016



Ho ventott'anni e arrivo a Rennes con tre parole di francese come unico bagaglio: Jean, Paul e Sartre.

lunedì 2 maggio 2016

Per la libera circolazione della gratitudine

Ahmed, cittadino tunisino che ieri mattina ha cercato spontaneamente di aiutarmi a riparare la mia bicicletta, per l'ennesima volta oggetto delle attenzioni distruttive di un altro cittadino, presumibilmente francese e con tutta certezza mona, si ricorda con gratitudine e con un luccichio negli occhi di una famiglia della provincia di Arezzo, che purtroppo non è in grado di rintracciare perché se ne ricorda solo la vicinanza ad una stazione ferroviaria in un paesaggio altrimenti campagnolo, per l'ospitalità e la generosità con cui questa l'ha accolto quando è arrivato in Europa, nel 2008.

lunedì 25 aprile 2016

Tancredi Galimberti (Duccio)

1° dicembre 1944

Ho agito a fin di bene e per un'idea.
Per questo sono sereno e dovete esserlo anche voi.

Duccio

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi

Di anni 38 - avvocato -  nato a Cuneo il 30 aprile 1906 -. Dall'adolescenza militante antifascista - il 25 luglio 1943 a Cuneo e il 26 luglio a Torino arringa la folla perché insorga contro i tedeschi - il 10 settembre 1943 organizza a Madonna del Colletto (Valdieri, Cuneo) un primo nucleo armato attorno al quale si svilupperanno le formazioni GL del Cuneese - il 13 gennaio 1944 è ferito in combattimento a San Matteo di Valle Grana (Cuneo) - rientrato nella lotta è incaricato del comando di tutte le formazioni GL nel Piemonte ed assolve le funzioni di vice-comandante del I Comitato Militare Regionale Piemontese - braccato dai fascisti e dai tedeschi, per dieci mesi si sposta di zona in zona ispezionando formazioni e tenendo i collegamenti fra la città e la macchia-. Catturato il mattino del 28 novembre 1944 a Torino da elementi della Squadra Politica di via Asti - incarcerato alle carceri Nuove di Torino - torturato -.  Prelevato all'insaputa del Comando delle carceri - caricato su di una macchina  - fatto scendere nei pressi di Centallo sulla strada Torino-Cuneo e fucilato a tradimento, la sera del 2 dicembre 1944 -. Medaglia d'Oro al Valor Militare -. Eroe Nazionale.

sabato 23 aprile 2016

Il Manoscritto Hopkins di R.C. Sherriff

Prefazione

(Dalla Imperial Research Press, Addis Abeba)

Quando, due anni fa, la Royal Society dell'Abissinia scoprì "Il Manoscritto Hopkins" tra le rovine di Notting Hill, nacque la speranza che si sarebbe fatta almeno un po' di luce sugli ultimi, tragici giorni di Londra.
Tuttavia, uno studio attento del manoscritto ha provato che questa speranza è stata vana. Edgar Hopkins, il suo autore, fu un uomo di una tale inestinguibile autostima e limitata visione che la sua narrazione diventa quasi priva di valore per lo scienziato e lo storico, e se ne fa scarsa menzione nella voluminosa e magistrale opera della Royal Society "Investigazioni nelle Civiltà Estinte dell'Europa Occidentale".
Tuttavia, nonostante tutti i suoi difetti, "Il Manoscritto Hopkins" possiede una caratteristica unica: è il solo resoconto personale e quotidiano scoperto finora che ci restituisca i sentimenti intimi di un inglese durante i giorni del Cataclisma. La nostra ignoranza in fatto di storia dell'Inghilterra ha provocato molti commenti nei recenti dibattiti scientifici, ma bisognerebbe ricordarsi che per un centinaio d'anni dopo il crollo della "Civiltà Occidentale" i popoli delle nazioni rinate dell'est si sono abbandonati ad un'orgia dissennata di distruzione di tutto quello che esisteva nei loro paesi per ricordare loro dei giorni in cui vivevano sotto il dominio dell'"uomo bianco". Ogni libro stampato, ogni traccia d'arte sopravvissuta nell'Europa occidentale fu sistematicamente scovata e distrutta. Nei successivi settecento anni, il clima umido dell'Inghilterra completò il lavoro di distruzione e la tragedia della nostra rinascita di interesse nelle nazioni d'Europa dal lungo passato è che è arrivata troppo tardi. La nostra conoscenza dell'Inghilterra rischia di fondarsi per sempre su frammenti inadeguati, quali "Il Manoscritto Hopkins", sopravvissuto per un colpo di fortuna.
Qui si può dire una parola sulla storia della sua scoperta.
La parte continentale dell'Europa occidentale, un tempo abitata da francesi, tedeschi, italiani e spagnoli, è stata da allora colonizzata ed ogni traccia della sua passata civiltà è stata spazzata via. Nella sola isola britannica è rimasta qualche speranza di recuperare delle prove per ricostruire la gloria perduta dell'"uomo bianco".
Il clima umido britannico non ha attratto i popoli dell'est e, per quasi mille anni, da quando i suoi sventurati abitanti sono morti di fame tra le rovine delle loro città un tempo nobili, l'isola è rimasta una discarica desertica, frequentata da fantasmi - le sue città ed i suoi paesi sepolti sempre più in profondità sotto boschi e paludi invadenti.
Le difficoltà incontrate dalla spedizione pionieristica della Royal Society dell'Abissinia furono sufficienti a scoraggiare l'esploratore più ardito e non sorprende che ritornò quasi a mani vuote.
Gli inglesi annotarono le proprie vite e conquiste su carta così fragile che tutte le vestigia sono scomparse nella perpetua umidità dell'isola, e le loro iscrizioni su metallo e pietra sono della più scarsa qualità.
Una tavoletta di ferro completamente arrugginita fu trovata dodici miglia a sud-ovest di Londra. La sua iscrizione è stata decifrata dal dott. Shangul dell'Università di Adua, restituendo un "NON CALPESTARE LE AIUOLE" ed è attualmente ospitata nella Collezione reale ad Addis Abea.
La colonna rettangolare della pietra con l'iscrizione "PECKHAM 3 MIGLIA" può essere vista nel Museo Imperiale dell'Afghanistan.
La sola altra iscrizione trovata in Inghilterra ha suscitato molte speranze, al momento del suo ritrovamento. Recava molti nomi incisi, ma si rivelò la più grande delusione di tutte. La tavoletta, che commemora l'apertura di una piscina nella parte settentrionale di Londra, riporta in dettaglio i nomi del Consiglio circoscrizionale, dell'architetto e dell'ingegnere sanitario ed omette il nome del monarca in carica e del primo ministro - un esempio di vanagloria urbana che fa inorridire la mente moderna.
"Il Manoscritto Hopkins" fu scoperto grazie ad un puro colpo di fortuna. Mentre stava tagliando legna per il fuoco necessario alla spedizione ogni notte per proteggersi dai branchi di cani selvaggi che vagavano per l'isola, un giovane scienziato scoprì un muro di mattoni rossi in completa rovina che crollò sotto la pressione, rivelando così in una cavità una fiaschetta sotto vuoto. Il manoscritto vi era sopravvissuto, mentre milioni di libri, esposti agli elementi, erano andati distrutti.
E così "Il Manoscritto Hopkins" arriva fino a noi - un grido flebile e solitario di angoscia dalla notte dell'Inghilterra morente - infinitamente patetico nelle piccole, pietose presunzioni e nell'autostima del suo autore. Solleva l'ombra dai lembi morti di una nazione un tempo potente, come lo sfolgorio di un fiammifero può dissipare l'oscurità dal deserto del Sahara, eppure è tutto quello di cui abbiamo - tutto quello che avremo per ricordarci di un popolo che un tempo visse nella gloria.
Sappiamo che Giulio Cesare invase la Britannia perché questo è registrato su pietra eterna in Italia, ma quel che accadde dopo l'invasione di Giulio Cesare rimane un mistero che i nostri uomini di scienza probabilmente non sveleranno mai.
Questa edizione economica de "Il Manoscritto Hopkins" è pubblicata esattamente come fu scritta, ma un'edizione completamente annotata da quel brillante studioso, il dott. Shangul dell'Università di Adua, che ha corretto tutti gli errori grammaticali dell'autore, è stata pubblicata dalla Royal Society dell'Abissinia.

R.C. Sherriff, The Hopkins Manuscript, 1939
A meno di una mia svista, possibilissima, non ne esiste una traduzione italiana. 

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venerdì 22 aprile 2016

10 rue Dombasle 75015

Siccome "Filosofo e scrittore tedesco" non basta, in questo paese, per ricordare chi fosse Walter Benjamin, nella targa che lo commemora posta sopra il portone al numero 10 della rue Dombasle hanno aggiunto "Traduttore di Proust e Baudelaire", che è molto più parlante, anche se non è che lo pagassero poi molto, per quei lavori di traduzione, ma questo non conta più, ora che c'è la targa. Un fastidio*, quella chiosa, un po' per le difficoltà in cui si trovò a vivere anche a Parigi, un po' per il giudizio di valore accresciuto implicitamente racchiuso dall'aggiunta o per la necessità di metterla proprio per meglio giustificare la presenza stessa della targa, un po' per la sottintesa normalità della tappa della vita di un filosofo e scrittore tedesco, traduttore di Proust e Baudelaire, che si è trovato a vivere per qualche tempo in un appartamento di un immobile qualsiasi del XV. Ci abitò tra il 1938 e il 1940, dice sempre la targa, anni come altri. Successivamente, in assenza di ulteriori informazioni, deve aver traslocato da qualche altra parte, si è legittimati a pensare. 

***

Christian Buckard: Frau Krüger, Ende 1934 zogen Sie von Barcelona nach Paris, um bei Florence Henri die Kunst der Porträtphotographie zu erlernen. Wie kamen Sie in das Haus Rue Dombasle Nr. 10?

Lore Krüger: Zuerst hatte ich in einem kleinen Hotel gewohnt. Dann habe ich meine Schwester Gisela nachgeholt, die noch auf Mallorca war. Sie wollte Schneiderin werden. Angeblich haben wir studiert, sonst hätten wir ja keine Aufenthaltserlaubnis bekommen. Und irgendwann sind wir eben in die Rue Dombasle Nr. 10 gezogen. Da war eine Wohnung zu vermieten, in der hatte vorher der Otto Katz gewohnt.

Buckard: Otto Katz, der Mitarbeiter Willy Münzenbergs im Propagandaapparat der Kommunistischen Internationale?

Krüger: Ja, und der danach umgebracht wurde, in den Prager Prozessen 1948. Aber daß Katz dort gewohnt hatte, das war reiner Zufall. Wir hatten nur ein Schild mit der Aufschrift „Wohnung frei“ gesehen. Und dann haben wir festgestellt, daß in diesem Haus außerordentlich viele Emigranten lebten.

Buckard: Wer zum Beispiel?

Krüger: Im 7. Stock, das war das oberste Stockwerk, wohnten in der Mitte Arthur Koestler und seine Freundin Daphne Hardy, eine nette englische Bildhauerin. Und links von ihnen wohnte Walter Benjamin. Der war auch so ein Eigenbrötler. Ich wußte damals noch nicht, was für ein großer Schriftsteller und Philosoph er war. Ich war ja noch jung, und mein Wissen war begrenzt. Benjamin hatte die Gewohnheit, nachts zu arbeiten und dann hinterher zu baden. Das Haus war so gebaut, daß die Abflußrohre seines Badezimmers durch mein Schlafzimmer gingen, so wußten wir immer, wann er badete. Und morgens schlief er immer sehr lange. Wenn man ir-gendetwas von ihm wollte, erschien er an der Tür in einem rostroten Bademantel, mit wirrem Haar und wirrem Blick, ziemlich geistesabwesend und wußte nichts mit uns anzufangen. Wir nannten ihn den „Waldgeist“.

Buckard: Hatten Sie auch mit Koestler und seiner Freundin Daphne Hardy Kontakt?

Krüger: Wir haben eigentlich mit Daphne ein engeres Verhältnis gehabt. Sie war ein sehr lieber Mensch, mit der haben wir einen sehr guten Kontakt gehabt, vor allen Dingen auch meine Schwester. Wir haben uns auch oft gesehen, wir waren oft oben. Sie hatten eine schöne Wohnung, eigentlich die schönste, die ich da im Haus gesehen habe.

Buckard: Und Koestler?

Krüger: Koestler war ein sehr schwieriger Mensch. Das heißt, ein sehr empfindlicher Mensch, der seine Empfindlichkeit durch eine gewisse Zurückhaltung zu verbergen suchte. Ich fand damals Anschluß an deutsche Antifaschisten aller möglichen Couleurs, vor allem auch an deutsche Kommunisten. Und alle, die ihn vorher gekannt hatten, sagten mir – ich lernte Koestler ja erst kennen, als er zurückkam aus der spanischen Gefangenschaft –, er habe sich völlig verändert. Koestler wurde dann sehr antikommunistisch. Aber trotzdem: Wir hielten alle irgendwie zusammen.

Buckard: Wer wohnte sonst noch im Haus?

Krüger: Rechts von Koestler wohnte der Spanienkämpfer Rudolf Neumann. Als wir einzogen, war er noch in Spanien. Er war ein Arzt, ein Kinderarzt. Neumann hatte TBC und war gerade zur Behandlung in Davos, als der Bürgerkrieg ausbrach. Und da hat er alles stehen und liegen lassen und ist trotz seiner punktierten Lunge nach Spanien. Eine ganze Zeitlang war er der Chefarzt der Kliniken der Internationalen Brigaden in Benicassim. Doch als seine TBC schlimmer wurde, kam er wieder zurück in die Rue Dombasle.

Buckard: Unter Ihnen, im 5. Stock, wohnte auch ein Arzt. Unter seiner Aufsicht hatte Walter Benjamin in Berlin Haschisch-Experimente durchgeführt.

Krüger: Das war Fritz Fränkel, ein Berliner Nervenarzt. Er lebte dort mit der Frau von Rudolf Neumann aus dem 7. Stock, die diesemweggelaufen war. Dr. Fränkel hat sie später geheiratet, und sie sind nach Mexiko gegangen. Und im 3. Stock wohnte ein jüngeres Ehepaar, das waren auch Emigranten, Ekstein hießen die.

Buckard: Hans und Eva Ekstein. Lisa Fittko, die Schwester von Hans Ekstein, hat Walter Benjamin über die Pyrenäen geführt. Hatten Sie mit Eksteins Kontakt?

Krüger: Nein, die hielten sich völlig von uns fern. Aber wir hatten irgendwie doch ein Zusammenhaltsgefühl in diesem Haus. Die Frau Neumann hat mir immer Fotos gebracht, abends, die sie am Morgen abliefern sollte. Als ich eine Gehirnerschütterung hatte – ich hatte ja wenig Geld –, haben mich der Rudolf Neumann und der Fritz Fränkel zusammen behandelt. Das war selbstverständlich. Wir haben uns immer gegenseitig geholfen. Ich habe beispielsweise Fotos gemacht von allen, die wollten, und meine Schwester hat genäht.

Buckard: Sogar mit der Concierge hatten Sie Glück. Koestler erzählt, daß sie ihn 1939 vor der Polizei gewarnt hat.

Krüger: Ja, das war Madame Fontaine. Sie war links, ihr Mann war Italiener und las die kommunistische Humanité. Und sie tat alles, was sie nur konnte, für uns. Dabei waren die Concierges zu dieser Zeit alle verpflichtet, für die Polizei zu spionieren. Sie hat auch uns vor der Polizei gewarnt. In der Emigration spielte diese Solidarität untereinander eine große Rolle. Und das haben nicht alle gehabt. Aber wir hatten da, Gott sei Dank, Glück.

Christian Buckard, Jüdische Allgemeine, 16.11.2006

Florence Henri, Portrait de Lore Krüger, Paris, 1937 © Galleria Martini & Ronchetti
Florence Henri, Ritratto di Lore Krüger, Paris, 1937

Christian Buckard: Signora Krüger, alla fine del 1934 si trasferì da Barcellona a Parigi per apprendere l'arte della fotografia ritrattistica da Florence Henri. Come arrivò nella casa della rue Dombasle 10?

Lore Krüger: Prima avevo abitato in un piccolo hotel, poi ho recuperato mia sorella Gisela, che era ancora a Mallorca. Voleva diventare sarta. Presumibilmente abbiamo studiato all'università, altrimenti non avremmo ottenuto il permesso di soggiorno. E ad un certo punto ci siamo appunto trasferite in rue Dombasle 10. C'era un appartamento in affitto, in cui prima aveva abitato Otto Katz.

Buckard: Otto Katz, il collaboratore di Willy Münzenberg nel servizio di propaganda dell'Internazionale comunista?

Krüger: Sì, successivamente ucciso nei processi di Praga del 1948. Ma che Katz avesse abitato lì, era una pura coincidenza. Avevamo solo visto un cartello con la scritta "Appartamento libero". E poi abbiamo realizzato che in quella casa viveva un numero straordinario di emigranti.

Buckard: Chi, per esempio?

Krüger: Al settimo piano, ovvero l'ultimo, al centro, abitavano Arthur Koestler e la sua amica Daphne Hardy, una scultrice inglese, molto carina. E alla loro sinistra abitava Walter Benjamin. Anche lui era un tipo solitario. Allora non sapevo ancora che grande autore e filosofo fosse. Ero ancora giovane e avevo una cultura limitata. Benjamin aveva l'abitudine di lavorare di notte e, dopo, di farsi il bagno. La casa era costruita in modo tale che i tubi di scarico del suo bagno passavano attraverso la mia stanza da letto, per cui sapevamo sempre quando si faceva il bagno. E la mattina dormiva sempre a lungo. Quando avevamo bisogno di qualcosa da lui, compariva alla porta in un accappatoio color ruggine, i capelli arruffati e lo sguardo confuso, piuttosto perso, e non sapeva cosa fare con noi. Lo chiamavamo lo "spirito del bosco".

Buckard: Era in contatto anche con Koestler e la sua amica Daphne?

Krüger: In realtà abbiamo avuto un rapporto stretto con Daphne. Era una persona molto cara, con cui noi, e più di tutti mia sorella, abbiamo avuto ottimi contatti. Ci siamo anche visti spesso, eravamo spesso sopra. Avevano un bel appartamento, a dire il vero il più bello che abbia visto in quella casa.

Buckard: E Koestler?

Krüger: Koestler era un uomo molto difficile, vale a dire un uomo molto sensibile, che cercava di nascondere la propria sensibilità attraverso un certo distacco. Allora avevo rapporti con antifascisti tedeschi di tutti i colori, soprattutto con comunisti tedeschi, e tutti quelli che lo conoscevano già mi dicevano - io conobbi Koestler solo quando tornò dalla prigionia spagnola - che era completamente cambiato. Koestler diventò poi molto anticomunista. Ciò nonostante eravamo tutti in qualche modo uniti.

Buckard: Chi altro viveva in quella casa?

Krüger: A destra di Koestler abitava il combattente di Spagna Rudolf Neumann. Quando ci trasferimmo, era ancora in Spagna. Era un medico, un pediatra. Neumann aveva la TBC ed era proprio in cura a Davos, allo scoppio della guerra civile. E a quel punto ha lasciato tutto ed è andato in Spagna nonostante lo stato dei suoi polmoni. Per molto tempo fu il primario delle cliniche delle Brigate internazionali a Benicassim. Però, quando la sua TBC diventò più grave, ritornò nella rue Dombasle.

Buckard: Tra di voi, al quinto piano, abitava anche un medico. Sotto la sua supervisione Walter Benjamin aveva condotto degli esperimenti con l'hashish a Berlino.

Krüger: Era Fritz Fränkel, un neurologo berlinese. Viveva lì con la moglie di Rudolf Neumann del settimo piano, che era scappata da lui. Il dott. Fränkel l'ha poi sposata e sono andati in Messico. E al terzo piano abitava una giovane coppia: anche loro erano emigranti, si chiamavano Ekstein.

Buckard: Hans ed Eva Ekstein. Lisa Fittko, la sorella di Hans Ekstein, ha fatto da guida a Walter Benjamin attraverso i Pirenei. Aveva contatti con gli Ekstein?

Krüger: No, si tenevano molto alla larga da noi, ma avevamo lo stesso in qualche modo un sentimento di intesa, in quella casa.  La signora Neumann mi ha sempre portato delle foto, la sera, che il mattino dopo doveva consegnare. Quando ebbi una commozione cerebrale – avevo pochi soldi –, Rudolf Neumann e Fritz Fränkel mi hanno entrambi curata. Era scontato. Ci siamo sempre aiutati a vicenda. Per esempio io ho fatto foto di tutti quelli che volevano essere fotografati, e mia sorella ha cucito.

Buckard: Ebbe fortuna addirittura con la portinaia. Koestler racconta che la portinaia lo avvisò dell'arrivo della polizia nel 1939.

Krüger: Sì, era Madame Fontaine**. Stava a sinistra, suo marito era italiano e leggeva il giornale comunista L'Humanité. E fece tutto il possibile per noi. In quel contesto, i portinai erano tutti costretti a spiare per la polizia. Ha avvisato anche noi dell'arrivo della polizia. Nell'emigrazione questa solidarietà reciproca svolgeva un ruolo importante, e non lo hanno avuto tutti. Ma noi, grazie a Dio, in quella circostanza, avemmo fortuna.

* È difficile accontentarmi, in fatto di targhe ed affini. Tuttavia, non è impossibile: al Jardin des Plantes, quello della pantera in gabbia di Rilke, esiste una delle serie di targhette più sublimi mai apposte sul suolo pubblico parigino, quelle con la spiega delle piante, appunto, che con Dombasle, agronomo, cascano pure bene. Signore e signori, Monsieur Jean-Marie Boulet.

Le graveur des étiquettes du Jardin des Plantes par mnhn

** Non sono riuscita a trovare altre tracce di Madame Fontaine, purtroppo.

venerdì 8 aprile 2016

Il faut aujourd'hui garder la trace de ces personnes qui débarquent de la mer Egée et traversent l'Europe

Der Winkel von Hahrdt

Hinunter sinket der Wald,
Und Knospen ähnlich, hängen
Einwärts die Blätter, denen
Blüht unten auf ein Grund,
Nicht gar unmündig.
Da nämlich ist Ulrich
Gegangen; oft sinnt, über den Fußtritt,
Ein groß Schiksaal
Bereit, an übrigem Orte. 

Friedrich Hölderlin

Ingiù affonda il bosco,
e simili a gemme pendono
le foglie in dentro, a cui
da sotto fiorisce un terreno,
tutto fuorché muto.
Di qui è infatti passato
Ulrico: spesso medita, sull'orma,
un grande destino
pronto, nel luogo che resta. 


 

 - Lei fa pensare al "narratore" descritto da Walter Benjamin: parla - dopo la morte per trasmettere - alla posterità...
- Bandito sui bordi del mar Nero, il poeta russo Ossip Mandel'štam - 1891-1938 - scrive sulle tracce di Ovidio. Io prolungo i testi antichi fino all'amara realtà della modernità. Oppure prendo un oggetto, un testo, ne faccio una storia e mi immagino di presentarla al drammaturgo Heiner Müller. Così continuo a scrivere con i suoi occhi. I morti non sono morti. Vivono in noi. Il mio metodo è simile a quello di un Montaigne che ripesca un ricordo dell'antichità, lo mette in relazione con un detto popolare e mescola il tutto in un saggio contro la guerra civile che rimbomba.
Oggi bisogna conservare traccia di queste persone che sbarcano dal mare Egeo e attraversano l'Europa, come fa Hölderlin ne L'angolo di Hahrdt, poesia che descrive il cespuglio dove si è riposato il duca di Würtenberg in fuga. Attraversano le stesse frontiere varcate dagli abitanti della DDR nel 1989, dagli ungheresi nel 1956, dagli ugonotti, come la nonna di mia nonna che ha dovuto partire da Parigi per la Germania, e senza la quale noi non saremmo qui... Il racconto è nato con il fuoco. È riunendosi, la notte, per raccontare, che è nata la comunità, la società.

Alexander Kluge intervistato da Marianne Dautrey in occasione dell'uscita della traduzione francese di Chronik der Gefühle.

lunedì 4 aprile 2016

Durcheinander

Sich lieben
in einer Zeit
in der Menschen einander töten
mit immer besseren Waffen
und einander verhungern lassen
Und wissen
dass man wenig dagegen tun kann
und versuchen
nicht stumpf zu werden
Und doch
sich lieben

Sich lieben
und einander verhungern lassen
Sich lieben und wissen
dass man wenig dagegen tun kann
Sich lieben
und versuchen nicht stumpf zu werden
Sich lieben
und mit der Zeit
einander töten
Und doch sich lieben
mit immer besseren Waffen

Erich Fried


Confusione

Amarsi
in un'epoca
in cui gli uomini si uccidono l'un l'altro
con armi sempre migliori
e si lasciano vicendevolmente morire di fame
E sapere
che ci si può fare ben poco
e cercare
di non diventare insensibili
Eppure
amarsi.

Amarsi
e lasciarsi vicendevolmente morire di fame
Amarsi e sapere
che ci si può fare ben poco
Amarsi
e cercare di non diventare insensibili
Amarsi
e col tempo
uccidersi l'un l'altro
Eppure amarsi
con armi sempre migliori

mercoledì 30 marzo 2016

La ca sla colin-a

La ca sla colin-a l'é bela
Maria la varda peui dis :
am piasrìa podèj catèla,

sarìa 'l mè paradis!
L'é bianca la ca sla colin-a,
l'é bianca come 'n linseul,
s'it la varde a smija ch' a grigna,
l'é pròpi la ca che a veul.

L'é gròssa la ca sla colin-a,
tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là ansima
mi, mè òm e ij mè fieuj.

Mè pare fasìa 'l murador
l'é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l'ha fala chiel la ca sla colin-a,
l'ha fala për quatr ësgnor.

E lor a ven-o d'istà
stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch'a sìa
e mi a son sensa ca.

La ca sla colin-a l'é bela
Maria la varda peu dis :
mi podreu mai catèla,
për ij pòver a-i-é nen paradis!

Gianmaria Testa

sabato 19 marzo 2016

Dizionario di tutte 'e cose: P come Piccola casa editrice (ovvero uno dei motivi per cui vorrei che il Regno Unito restasse nell'UE)

Buongiorno,

Ho ricevuto la vostra conferma di spedizione il primo marzo, per la quale vi ringrazio, ma non ho ancora ricevuto il primo libro del mio abbonamento semestrale.

Potreste verificare il mio ordine e la spedizione?

Se i tempi di consegna dovessero essere più lunghi, vi prego di non tenere conto di questa email. In caso contrario, gradirei un vostro riscontro.

Vi ringrazio sin d'ora. Cordiali saluti,

Francesca Giovannini

***

Dear Francesca Giovanni (sic),

Many thanks for your order, I'm terribly sorry that you haven't received your book, how annoying. Yes, it was posted to you on March 1st so I'm quite surprised that it hasn't yet arrived. Might we wait a day or two longer to see if it does turn up? If not, please do let me know and I shall of course send a replacement.

Best wishes,
Lydia

(Molte grazie per il suo ordine. Sono terribilmente dispiaciuta del fatto che non ha ricevuto il suo libro, che seccatura. Sì, le è stato inviato il primo marzo, per cui sono piuttosto sorpresa che non sia ancora arrivato. Potremmo aspettare ancora un paio di giorni per vedere se effettivamente arriva? Altrimenti, la prego di farmi senza'altro sapere; ovviamente, gliene spedirei un'altra copia.)

***

Cara Lydia,

Grazie. Certo, aspettiamo qualche giorno in più. Se non dovesse arrivare, glielo farò sapere. È il mio primo libro di Persephone books!

Cordiali saluti,

Francesca

***
Cara Lydia,

Solo per farle sapere che il libro è arrivato oggi.

Non vedo l'ora di leggerlo!
Cordiali saluti,
Francesca

***
Hurray! Thanks so much for letting me know. My apologies again for the delay.

Best wishes,

Lydia
(Urrà! Grazie mille per avermelo fatto sapere. Le mie rinnovate scuse per il ritardo.) 

giovedì 4 febbraio 2016

A Parigi flon flon



Parigi settembre
La mansarda
Col finestron
Che guarda
El carrefour de l'Odeon

La parete celeste
La stampa del Poiré
« Il Porto di Trieste »
Me fa sentir ancora

A Parigi flon flon
Salso de mar
E refolo de bora
Aria de casa mia

Son qua che aspetto
Quella che vegnerà
Suso de mi a le cinque
La ga telefonà

Vengo dopo le prove
La vegnerà la sento
Fresca de sotto al vestitin
De lino

Mi sarò vento
Che passerà su ela
Stampa e mansarda
A far l'amor ne guarda

Carolus L. Cergoly

martedì 2 febbraio 2016

Demande de déchéance de nationalité française

F.T.P. (Franchi Tiratori Partigiani di una cittadinanza mondiale)
35 allé de l'Angle
Chaucre
17190 St Georges d'Oléron
Tel: 05 46 76 73 10
Email: editionslibertaires@wanadoo.fr           22 gennaio 2016

Oggetto: Richiesta di revoca della nazionalità francese

                           Al Sig. presidente della repubblica francese

Speriamo leggerà, Signor Presidente, la lettera presente, se tempo mai ne avrà.
Noi siamo nati in questo paese, la Francia, per caso. Non abbiamo scelto né di nascere né di nascere in Francia. È così per tutti gli esseri umani.
Finora, questa non scelta non ci creava troppi problemi. Ci sarebbe potuta andare peggio.
Già da un po' di tempo, tuttavia, tra Notre-Dame-des-Landes e la condanna alla reclusione inflitta a dei sindacalisti, nutrivamo qualche dubbio sulla sua capacità di far sognare di una Francia nota come paese dei diritti umani. Ci concederà di non parlare nemmeno di socialismo.
Con la sua ultima manipolazione di bassa politica in tema di revoca del diritto di nazionalità, le cose sono chiare. Lei sta giocando col fuoco. Sa che i terroristi se ne fanno un baffo di essere privati o meno di... E ciò nonostante, sta realizzando un arsenale giuridico demagogico che mette agli arresti domiciliari dei militanti ecologisti e dei sindacalisti e che, domani, si rivolgerà contro di lei...
Si ricordi di Martin Niemöller, liberato dai campi alla caduta del regime nazista, nel 1945. È l'autore di Prima vennero... a torto attribuita a Bertolt Brecht. Diceva: "Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
Signor Presidente, domani, quando quelli che pretende combattere saranno al potere, si accontenteranno di applicare le sue leggi. Come fa a non capirlo?
Di consequenza, in accordo con la Costituzione, che ancora ce lo permette, ci dichiariamo in stato di insurrezione.
Con la presente, la preghiamo di accogliere la nostra richiesta di revoca della nazionalità francese. Perché?
Noialtri, francesi per caso, non vogliamo più essere francesi fintanto che lei incarnerà questa idea della Francia.
Con la presente, la informiamo altresì della nostra volontà di creare quanto prima una carta d'identità ed un passaporto di cittadino del mondo.
Signor presidente, avverta i suoi gendarmi che saremo ben armati di quelle armi di distruzione di massa che sono l'intelligenza, la non violenza, l'onore e... l'umorismo. E che non esiteremo a sparare! Con quelle armi lì!

Jean-Marc Raynaud, Dominique Lestrat, Yannick Thébault, Stéphane Troplain, Paul Boino, Annie Arroyo, Laurent Conduché, Thyde Rosell, Claudie Annerau, Thierry Sassi, Michel Di Nocera, Jean-Pierre Georges, Bob Siné, Benoist Rey

Le maiuscole e le minuscole sono come nell'originale, il resto no. Per esempio, non ho necessariamente distinto il decadimento della nazionalità dalla sua perdita. Gli stessi firmatari credo non ne tengano conto, perché il decadimento (déchéance) è una sanzione che non si applica ai francesi di origine, ma solo a coloro che hanno acquisito la nazionalità francese.
Ma guarda se uno nel 2016 deve occuparsi di 'ste cose.




mercoledì 27 gennaio 2016

Au revoir, chère Madame la Ministre

Nous en sommes si fiers que je voudrais le définir par les mots du poète Léon-Gontran Damas : l’acte que nous allons accomplir est « beau comme une rose dont la tour Eiffel assiégée à l’aube voit s’épanouir enfin les pétales ». Il est « grand comme un besoin de changer d’air ». Il est « fort comme le cri aigu d’un accent dans la nuit longue ».

Mme Christiane Taubira, Ouverture du mariage aux couples de personnes de même sexe, Discussion d’un projet de loi, 29 janvier 2013 (Vidéo)
Ne siamo così fieri che vorrei definirlo attraverso le parole del poeta Léon-Gontran Damas: l'atto che ci apprestiamo a compiere è "bello come una rosa di cui la torre Eiffel assediata all'alba vede finalmente sbocciare i petali". È "grande come un bisogno di cambiare aria". È "forte come il grido acuto di un accento nella notte lunga".

Mme Christiane Taubira, Apertura del matrimonio alle coppie di persone dello stesso stesso, Discussione di un progetto di legge, 29 gennaio 2013

mercoledì 20 gennaio 2016

E lei di dov'è?

- E lei di dov'è?
- Di Trasaghis. 
- Bei posti. 'Ndo se trova?
- Trasaghis, no? Vicino a Peonis.
- Sardegna. 
- Udine. Non si sente l'accento friulano perché ho fatto scuola di dizione. Avevo qualche difficoltà con le doppie: dona, mama...

Age, Scarpelli, Scola, 1974

sabato 12 dicembre 2015

Valeria Solesin, 28 ans

di Charlotte Chabas

Erompeva tra due scoppi di risa: « Mais poutain, c’est pas vrai ! »,  esclamava con la sua voce grave e calda, mista ad un accento che faceva sentire le erre e rimbalzare le vocali. A Valeria Solesin, 28 anni, piaceva imprecare in francese, soprattutto quando si trattava di lamentarsi, indignarsi, dare un calcio  al formicaio delle pigrizie intellettuali. Tutto questo, « ça pète les couilles », diceva la veneziana.

I suoi amici la chiamavano Il Sole. Una questione di calore, certo, ma soprattutto di luce. Molto presto l'Italia, narcotizzata dagli anni berlusconiani, si rivela troppo angusta per lei. Dopo il Canada, è a Nantes che questa "doppia batteria ben caricata" si trasferisce per studiare sociologia. Generazione Erasmus, si circonda di tutte le nazionalità e si arricchisce al loro contatto.

Generazione RyanAir, anche. Qualche viaggio in aereo per ritrovare la sua famiglia tanto amata, i suoi genitori, la nonna, suo fratello più piccolo, Dario, e Rava, l'uomo della sua vita. Nonostante la distanza, i due non si lasciano. È tra le sue braccia che venerdì 13 novembre al Bataclan è stata uccisa dai terroristi. "Sono sicura che con il suo umorismo al vetriolo avrebbe commentato: non bisogna lasciarsi abbattere", racconta un'amica.

Prolunga l'espatrio a Parigi. Prima all’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), poi col dottorato all’Institut national d’études démographiques e all’Institut de démographie de l’université Paris-I, dove lavora sui comportamenti contemporanei di fecondità in Italia e in Francia. Valeria Solesin passa ore sulla sua ricerca. "Bello, scrivere la tesi. Quando sarà finita, non avrò nemmeno voglia di scrivere la lista della spesa", diceva.
Tuttavia, trovava ancora tempo. "Si arrangiava sempre per lavorare come cassiera o come ragazza alla pari durante il suo master. L'independenza era una cosa essenziale", racconta un'amica. Ci sono anche lo sport - dal canottaggio all'arrampicata, dal nuoto alla corsa -, le uscite, i concerti, le passeggiate a Parigi... C'è soprattutto la preoccupazione costante di prendersi cura degli amici e di andare incontro a coloro che hanno la fortuna di stare per diventarlo. È che attorno ad un bicchiere o ad un buon piatto preparato con cura nessuno resiste al sorriso che attraversa costantemente il suo viso. "Aveva un modo particolare di ridere, come se volesse spingerci a condividere la sua serenità e la sua gioia di vivere". 

Alla ripresa dell'anno accademico, teneva dei corsi alla Sorbona. Rava l'aveva raggiunta a Parigi. Avevano lasciato la loro chambre de bonne di pochi metri quadri per sistemarsi nell'11° arrondissement di Parigi. Quando lui pagava un giro, lei rideva: « Poutain, à cause de toi, nos enfants n’iront pas à l’université ».

lunedì 23 novembre 2015

Notre manière de croire dans la vie

Foto presa velocemente, sotto l'occhio vigile dell'addetto alla sorveglianza del Théâtre National La Colline, insospettito dal mio cellulare.

"Il dolore e la confusione regnano, dagli attentati del 13 novembre.
Non bisogna che questo dolore e questa confusione ci distruggano.
Recitare per voi questa sera è il nostro modo di credere nella vita".

Christophe Honoré e la troupe di Fin de l'histoire (tratto da Gombrovicz).

*

Galli della Loggia fustiga gli europei dalle colonne del Corriere della Sera: saremmo mistificatori, saremmo buoni, avremmo un'insulsa arroganza culturale, enfatizzeremmo i nostri oscuri sensi di colpa, il nostro desiderio di normalità sarebbe un impegno roboante.
C'è da essere orgogliosi, per una volta, se la parola guerra in Italia è una parola tabù, posto che resti tale nonostante le sirene contrarie. Avremmo forse dovuto bombardare qualcuno, dopo le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna? Allora, come oggi, i terroristi sono interni, trovano appoggio ed addestramento fuori dall'Europa, ma sono interni, nati, cresciuti e vissuti in Europa.
Per quanto riguarda la Francia, che è anche Europa, non siamo in pochi a non sentirci in guerra, contrariamente a quello che dichiarano Hollande, il suo primo ministro e molti altri uomini di potere. Noi, o almeno questi non pochi di noi, non ci sentiamo e non siamo in guerra perché gli attentatori sono criminali, non soldati. Tra di noi, poi, molti sono contrari allo stato di emergenza, a una riforma della costituzione proposta sull'onda dell'emozione e a molto altro che ci sta piovendo addosso, anche se solo sei (6) deputati si sono pronunciati contro il prolungamento di ben tre mesi dello stato di emergenza ed altri deputati, più numerosi (21), hanno presentato un emendamento volto al "controllo della stampa, di pubblicazioni di qualsiasi natura nonché (a) quello delle trasmissioni radiofoniche, delle proiezioni cinematografiche e delle rappresentazioni teatrali": per fortuna non è passato, ma lascia lo stesso una traccia vergognosa negli annali dell'Assemblée nationale e di questo Paese. 
Tuttavia, a parte tre eccezioni, non siamo né Hollande né Valls né Mme Mazetier, prima firmataria del suddetto emendamento, e non siamo neanche buoni o migliori di altri. Subito dopo l'attacco in rue de la Fontaine-au-Roi, un giornalista dell'AFP ha filmato dei passanti intenti a prendere delle foto delle vittime riverse a terra. Se un bagaglio ha l'aria di essere abbandonato in una carrozza del métro, alcuni di noi non esitano ad aspettare che il treno stia per ripartire per scagliarlo sul quai un attimo prima della chiusura delle porte, lasciando il problema a quelli che aspettano il treno successivo. Altri, all'indomani dell'eccidio di Charlie Hebdo, non hanno ritenuto di partecipare al minuto di silenzio per le vittime; questi altri erano in prevalenza giovani e giovanissimi. Altri ancora, in quei giorni, hanno preferito immedesimarsi nell'attentatore dell'Hyper Cacher e non nelle sue innocenti vittime.
Diciamo même pas peur, ma in realtà abbiamo paura. Tanta paura che lo scoppio di una lampada di un bar genera del panico tra la folla. Tanta paura che, anche se molti hanno agito con generosità, il 13 novembre, alcuni cittadini non hanno osato aprire la porta di casa per dare rifugio ai sopravvissuti degli attacchi. Tanta paura che l'affluenza nei teatri e nei musei si è ridotta del 50%, subito dopo gli attentati. Tanta che alcuni di noi hanno esitato persino ad uscire sotto casa, sabato mattina (la prefettura raccomandava di restare a casa e di uscire solo se necessario), e ce l'hanno fatta solo nel pomeriggio. Nonostante la paura, il lunedì successivo abbiamo però ripreso a lavorare, a mandare i bambini a scuola, a spostarci con i mezzi pubblici ed in bicicletta, senza alcuna enfasi o retorica. Abbiamo anche chiesto, a quelli che continuavano a scrivere #prayforParis, che non si pregasse per Parigi, ché di religione non abbiamo proprio bisogno, non a livello collettivo.
Abbiamo sensi di colpa, certo, perché le cités sono una gran brutta cosa, frutto di progetti urbanistici disastrosi, anche se non ne siamo tutti responsabili, ma abbiamo anche la consapevolezza che esiste la possibilità di andare a scuola, in questo paese, e di contribuire a renderlo più giusto. Alcuni di noi, poi, hanno sensi di colpa per essere sopravvissuti, altri per il solo fatto di aver fotografato i fiori deposti in omaggio alle vittime. Nessuno di questi sensi di colpa è oscuro.
La normalità è l'unica arma a nostra disposizione, non ne abbiamo altre. Spesso, ci mancano persino le parole, altro che normalità. Sabato, non ne volava nessuna, in giro. Subito dopo gli attentati di gennaio, per strada la gente attaccava bottone facilmente, aveva bisogno di scambiare parole, idee, trovare una spiegazione alla follia omicida che ha eliminato un'intera redazione di un giornale. Sabato 14 novembre no, niente di tutto questo: solo fiori, candele, sguardi bassi, talvolta lacrime e, come colonna sonora, un silenzio assoluto.
A Galli della Loggia han dato fastidio le parole mielose di Antoine Leiris, anche se si limita ad attribuirne la responsabilità ai giornali che le hanno rilanciate. Certo che sono mielose, ma meritano rispetto, mannaggia! Si prendesse, Galli della Loggia, il tempo di leggere il miele di quelle parole con attenzione, senza la mediazione dei giornali, visto che Melvil è un nome maschile, e non femminile, e di considerare, al di là dell'aspetto formale, l'ipotesi che il dolore possa essere più forte dell'odio. Leggesse, Galli della Loggia, altre testimonianze rese dai sopravvissuti (ce ne sarebbero molte altre, ma Galli della Loggia vola alto ed è molto occupato: il suo tempo non va sprecato nella lettura di cronache dal basso). Provasse, Galli della Loggia, prima di stigmatizzare la roboanza della normalità, non dico ad immedesimarsi in un parente o in un conoscente di una vittima o in un sopravvissuto, ma solo a prendere il métro ogni giorno, ad andare in posti affollati come i teatri, i cinema e le mostre, a prendere una birra in terrasse nell'undicesimo o nel decimo, ad un passo dai luoghi dell'eccidio, le narici ancora intasate dall'odore delle centinaia di candele deposte di fronte al Bataclan, che non è niente, rispetto all'odore di quella sala, venerdì sera. Ripensasse, Galli della Loggia, lo stesso Galli della Loggia che ha sostenuto Berlusconi, noto costruttore di una più avanzata democrazia europea, lo stesso Galli della Loggia che ha ravvisato nelle pale eoliche installate in Molise "uno dei peggiori flagelli che si (sia) abbattuto nell'ultimo quindicennio su tutta la Penisola", non dico all'estetica delle pale danesi o tedesche, ma almeno al fatto che affrancarsi dal petrolio puntando sulle energie rinnovabili è una - non la sola, ma una - delle azioni più efficaci per contribuire ad indebolire il terrorismo attuale. E, se anche lui è tra quelli che evita di venire a Parigi ora, provasse a chiedere agli abitanti della Bruxelles di questi giorni se non avvertano un desiderio di normalità e se disdegnino le promesse o gli impegni, per quanto roboanti e più o meno illusori, a mantenerla. E infine, prendesse tutto il tempo che gli serve per farlo, perché non c'è alcuna fretta, ma andasse - s'il lui plaît -, alla prima occasione, in monazza.